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Misure di recupero

Integrazione alimentare

Le Misure di recupero comprendono sia le pratiche che permettono il ritorno all’omeostasi iniziale, sia quelle che, direttamente o indirettamente, ne facilitano il ritorno.
Se l’alimentazione in generale rientra tra le prime, è infatti indubbio e automatico nutrirsi, specialmente dopo uno sforzo fisico, capire quale debba essere la qualità e la quantità di alimenti ottimale, ammesso che ciò possa apportare dei benefici al soggetto, è sicuramente di più difficile determinazione. Inoltre, il problema potrebbe complicarsi ulteriormente qualora venissero considerate altre variabili quali: l’entità del deficit energetico iniziale, le possibili interazioni tra alcuni microelementi o additivi alimentari, le quali sono una tra le possibili cause di intossicazioni o di carenze alimentari, la durata lello stato di digiuno pre o post esercizio, fino a considerare la condizione psichica del soggetto, modificata, ad esempio, dalla concentrazione ematica di catecolammine, queste ultime, indice dello stato di attivazione psicofisico, il quale modula significativamente il processo di digestione e di assimilazione delle sostanze nutrienti.

Come si è cercato di evidenziare in questa breve introduzione, il sistema può essere descritto come complesso in quanto è composto da diversi sottosistemi che interagiscono fra di loro. Per questo motivo non è infrequente verificare che in due ipotetici gruppi di soggetti con prestazioni simili le caratteristiche della loro alimentazione può essere molto diversa. Tuttavia, è anche molto probabile che questi due gruppi presenteranno dei livelli di ottimizzazione delle diverse grandezze diversi e che quindi uno possegga un potenziale maggiore rispetto all’altro, limitato, in questo caso, dall’alimentazione. Ci chiediamo allora quali siano le caratteristiche di un’integrazione ottimale.
In base alle variabili introdotte nel modello in apertura definiamo il modello di integrazione in base al deficit iniziale.
Gli effetti del deficit di sostanze accumulate nei tessuti sull'organismo dipende dal tipo di sostanza depauperata la quale a sua volta dipendente dall’intensità, dalla durata e dalle condizioni in cui è avvenuto l’esercizio. In ordine di probabilità di frequenza e di urgenza di somministrazione, distinguiamo:

  • Deficit di glicogeno
  • Deficit di amminoacidi
  • Deficit di sostanze lipidiche

Deficit di glicogeno

Il polimero di molecole di glucosio, unite per la maggior parte da legami α (1-4) e da legami α (1-6) che prende il nome di glicogeno, è un polisaccaride ramificato il cui peso molecolare è tanto maggiore quanto minore è l’acqua ad esso legata. Il glicogeno anidro ha un peso molecolare di 666,56 g/M mentre il glicogeno muscolare o epatico risulta avere dei residui di glucosio inferiori e un’idratazione diversa che ne riducono il peso molecolare. Non è facile ricavare questo valore sperimentalmente, in quanto bisognerebbe ricorrere alla biopsia. per questo motivo molti calcoli sulla concentrazione muscolare di glicogeno utilizzano il glucosio (P.m.=180,16 g/M) ma ciò non sarebbe corretto. Quello che è ormai evidente è che il glicogeno muscolare (6000 residui di glucosio) è meno concentrato di quello epatico (30000 residui di glucosio). Inoltre, si evidenziano delle differenze in base al grado di allenamento dei soggetti e in base al tempo trascorso dalla prima deposizione negli organi; probabilmente più nuovo è il glicogeno e più acqua contiene, risultando meno onerosa la sua lisi.

Il glucosio introdotto con la dieta, compattato e accumulano all’interno dei muscoli e del fegato, garantisce una riserva energetica a rapido utilizzo, nel caso del fegato disponibile per tutto l'organismo. Nel caso del muscolo, invece, esso è disponibile solo localmente per le cellule muscolari attigue ai depositi grazie alla loro mancanza dell’enzima glucosio-6-fosfatasi, l’ultimo della via metabolica gluconeogenetica, responsabile della fuoriuscita del glucosio dalla cellula. Ne consegue che il fosfato mantenuto in posizione 6 impedisce al glucosio di riattraversare l’epitelio sanguigno, a causa delle sue maggiori dimensioni, impedendo l'impoverimento del muscolo.

La capacità del conseguente stoccaggio dipende principalmente dalle caratteristiche quali/quantitative della massa muscolare e dal grado di allenamento.
In ogni caso, quando si verifica il riempimento delle riserve muscolari o epatiche, quest'ultimo organo responsabile della glucostatica ematica, e il flusso sanguigno di glucosio, accompagnato da sufficienti concentrazioni dell'ormone insulina, si mantengono, esso viene dirottato esclusivamente nelle riserve lipidiche e qui utilizzato per dare luogo alla liposintesi, accumulandovi lipidi.

A prescindere dalle caratteristiche geneticamente determinate come, ad esempio, il rapporto in ciascun muscolo tra le fibre ossidative o le fibre glicolitiche e il totale delle fibre, si verifica che la successione tra stimoli allenanti e stimoli di recupero, cioè di riposo e di alimentazione, modificano la quantità e la qualità degli enzimi implicati nelle vie metaboliche anaerobiche o aerobiche, i quali determinano la velocità di ossidazione delle sostanze nutrienti e della creazione di molecole energetiche.
Per questi motivi la velocità di utilizzo dell’energia è uno stimolo che causa un adattamento dei tessuti. In particolare, maggiore è la tensione muscolare e la velocità di contrazione e maggiormente saranno sollecitate le fibre glicolitiche le quali, dopo un loro depauperimento, aumenteranno l’efficienza degli enzimi che ne permettono sia lo svuotamento (glicogenolisi) come la Glicogeno Fosforilasi e l’Enzima Deramificante, sia il riempimento (glicogenosintesi) come la Glicogeno Sintasi e l’Enzima Ramificante.

Vediamo ora le caratteristiche del muscolo a riposo.
Data una concentrazione media di glicogeno di:

  • 80-90 mM/kg, nel sedentario.
  • 130-160 mM/kg, nel nell’atleta professionista di resistenza.

Considerato un peso molecolare del glicogeno umido pari a 666,7 * (1 - i%) (g/M) dove i% è l’acqua legata al glicogeno pari ad almeno il 65% e dipendente dalla capacità enzimatica individuale, si ricavano i valori della densità del glicogeno muscolare:

  • 13 – 15 g/kg, nel sedentario.
  • 25 – 35 g/kg, nel nell’atleta professionista di resistenza.

Come si può notare il muscolo allenato è più denso di energia a sostegno di una forza mediamente superiore.
Inoltre, come mostra la tabella seguente è poi possibile risalire alla riserva energetica specifica, compresa della riserva epatica ed espressa in kcal/kg di peso corporeo, grazie alle quale è possibile risalire alla riserva complessiva di glicogeno del soggetto che risulta essere almeno pari a:

28*P

Tuttavia, la costante di moltiplicazione individuale nell’atleta evoluto di resistenza può raggiungere valori 2,5 volte superiori.
Inoltre, la tecnica di super compensazione muscolare ed epatica garantisce un accumulo ulteriore che al massimo arriva al 25% della capacità di stoccaggio normale.

immagine della tabella sugli indicatori del glicogeno

Le Misure di recupero del glicogeno muscolare prevedono l’integrazione dei carboidrati spesi durante l’esercizio che solo in casi particolari devono essere assunti in forma isolata subito dopo l’allenamento.
Nella maggior parte dei casi basterà un “bonus", prevalentemente glucidico, nell’intorno del primo pasto utile, tenendo conto che i processi biosintetici avvengono solo alla permanenza di concentrazioni insuliniche non minimali, corrispondenti a quelle di un pasto misto ma, d’altro canto, occorre considerare che un eccessivo sovraccarico del sistema digerente sottrae energia utile per il recupero. Ad esempio, un consumo eccessivo di carboidrati e di proteine può in alcuni soggetti elevare il cortisolo nella prima fase post-prandiale inibendo la glicolisi e attivando la gluconeogenesi per facilitare l’uscita del glucosio dal fegato, che ha raggiunto i suoi livelli massimi di accumulo, e indirizzarlo alle riserve del pannicolo adiposo.

Per questo motivo, è sconsigliato eliminare o ridurre troppo i grassi dalla dieta, che favoriscono lo stato di chetosi il quale induce lo stimolo della sazietà, ricorrere ad integratori proteici in aggiunta agli alimenti già di per sé sufficientemente proteici, oppure cercare di ridurre l’indice e il carico glicemico assumendo grandi quantità di fibre alimentari, sovraccaricando l'apparato digerente e limitando il recupero. Infine, occorre tenere conto che condizioni di stress eccessivamente lunghe, tipiche di un digiuno non sufficientemente bilanciato da una condizione neuro-ormonale favorevole, come si verifica nel post esercizio precocie, affatica ulteriormente l’organismo, riducendone i benefici. Ad esempio, la concentrazione non sufficiente di catecolamine, molecole capaci di aumentare la densità energetica del sangue a partire da substrati non proteici, questi ultimi invece mobilitati dal cortisolo, oppure la limitata produzione di endorfine, molecole narcotiche endogene capaci di ridurre la spiacevole sensazione del dolore, aumentano la fatica percepita e obbligano il soggetto a rifocillarsi precocemente, come frequentemente accade nei lavori anaerobici.

Facendo riferimento a quest’ultimo punto, è però sconsigliato ricorrere a sostanze nervine e psicootrope quali la caffeina o la teobromina, specialmente al termine dell’esercizio fisico, in quanto il loro consumo ritarderebbe l’innesco del sistema nervoso parasimpatico, indice della piena modalità di riposo e di assimilazione.

Deficit proteico

Il deficit proteico conseguente l’esercizio nel soggetto sano dipende principalmente dai seguenti parametri:
Durata, intensità e tipo di esercizio, condizioni ambientali, stato alimentare e caratteristiche individuali tra le quali citiamo il livello di allenamento e rapporto tra le fibre muscolari.

In generale ogni tipo di sforzo fisico nuovo o in condizioni inconsuete, come può essere lo stato di digiuno, espone l’organismo ad un probabile aumento del fabbisogno di amminoacidi.
Lo stimolo che più di tutti aumenta il ricorso a substrati amminoacidici è il deficit di zuccheri sia ematici, sia di accumulo, ed è quindi questo che verrà analizzato.
Nel fegato, il livello di glicogeno inferiore al 40% stimola la porzione corticale delle ghiandole surrenali a produrre cortisolo il quale favorisce la conversione degli amminoacidi in glucosio grazie alla via biochimica gluconeogenetica. Nel muscolo il basso livelli di glicogeno di alcune fibre muscolari, specialmente in quelle che non possono riossidare il lattato aerobicamente, cioè nelle fibre glicolitiche povere di mitocondri, induce l’organismo a ricorrere agli amminoacidi per mantenere elevata la richiesta energetica. Ciò avviene in misura tanto maggiore quanto minore è il supporto di una sufficiente quota lipidica utilizzabile, questa limitata particolarmente dal basso numero di fibre ossidative, da una non efficiente catena enzimatica ossidativa oppure da un alterato funzionamento del sistema adrenergico.

Il meccanismo appena descritto è uno dei molti che descrivono l'esercizio aerobico protratto nel tempo. Se la quantità di amminoacidi utilizzati risulta essere eccessiva rispetto alle capacità dell’individuo, la probabilità che si verifichi un danno più o meno grave aumenta. I fattori che aumentano la probabilità sono: un recupero insufficiente, una preparazione inadeguata allo sforzo, una condizione di sovrappeso, stress psicofisico con conseguente aumento del tono muscolare basale, oppure condizioni condizioni ambientali sfavorevoli quali temperature o umidità eccessive o non abituali.

Uno dei casi più esplicativi è quello del principiante che preso dall'entusiasmo affronta in modo non graduale sforzi eccessivamente lunghi o intensi, interrompendo o addirittura invertendo il processo di adattamento.
Diversamente, concluso uno sforzo sufficientemente lungo e intenso ma al quale l'organismo si è gradualmente abituato, il dispendio proteico, comunque marcato, non condizionerà significativamente la probabilità che si verifichino dei danni eccessivamente lunghi da recuperare come, ad esempio, può essere un'elongazione muscolare; quest'ultimo un evento grave che obbliga a uno stop forzato con probabile scadimento dello stato forma. Un probabile esempio di buon adattamento è il corridori che percorre diverse decine di km di corsa alla settimana e che sia caratterizzato da un'elevata vita atletica.

E proprio nella corsa, un esercizio caratterizzato da contrazioni eccentriche importanti, specialmente in quella in discesa, il dispendio proteico incomincia a limitare la prestazione precocemente rispetto a quanto avviene, ad esempio, nel ciclismo in cui l'intensità e lo stress muscolare sono statisticamente più bassi e il contributo dell'integrazione glucidica può essere maggiore grazie all'assenza dei sobbalzi.

Consideriamo ora la spesa energetica di un individuo di 70 kg che percorre in giorni diversi una distanza pari a 10km dopo aver sufficientemente riposato, spendendo però sempre le stesse calorie che ammontano a circa 700. Quello che cambia è la spesa di glicogeno che varia al variare di numerosi fattori tra i quali, il più importante, l’intensità.
Se alla velocità di 10 km/h il soggetto mostra un tasso di ossidazione dei carboidrati pari al 60%, in 10 km spenderà circa 360 kcal da glicogeno, il restante da proteine (almeno 2-5%) e da da grassi. Diversamente, quando il soggetto percorre la prova a 16 km/h il tasso di ossidazione del glicogeno sale al 90%, che determina un consumo di glicogeno di circa 540 kcal, con un aumento di circa 80 kcal. Assumendo che il soggetto parta con le riserve di glicogeno piene e tenendo conto che la capacità di carbodrati nei muscoli, come abbiamo visto, dipende dal dal livello di allenamento e dalle caratteristiche del tessuto muscolare, ne consegue che se alcune fibre muscolari si esauriscono e l'intensità rimane la stessa, allora il soggetto utilizzerà con maggiore probabilità amminoacidi.

l'ipotetico soggetto in esame caratterizzato dall'avere le sue riserve di glicogeno piene, cioè pari a 28*P (kcal) la sua spesa di carboidrati nella corsa non causerà un depauperimento significativo di glicogeno tale da causare un fabbisogno proteico significativamente aumentato. Diversamente, se la distanza aumenta, il glicogeno muscolare scenderà al di sotto della soglia proteica muscolare (vedi tabella seguenta) per motivi di sicurezza posta al 60% della riserva iniziale, stimolando un aumento del fabbisogno proteico, passando dal 5% a oltre il 20% quanto più ci si avvicina al completo esaurimento delle riserve glicidiche.
Quando la distanza percorsa lascia meno del 60% del glicogeno muscolare il consumo proteico aumenta e di conseguenza aumenta significativamente anche il fabbisogno. Per quanto riguarda l'integrazione solo in questo caso è previsto un mix di nutrienti caratterizzato da una quota proteica pari al dispendio proteico avuto, da sommarsi al normale fabbisogno e da assumersi preferibilmente entro il primo riposo notturo.

Calcolo della distanza di sicurezza

La distanza di sicurezza che permette di minimizzare il contributo energetico proteico è quella che garantisce una riserva glucidica muscolare pari al 60%. Infatti, superata questa soglia, la probabilità di incorrere in infortuni aumenta sensibilmente. Tuttavia, la variabilità individuale, la motivazione, gli allenamenti specifici, cioè effettuati con una riserva iniziale di glicogeno gradualmente inferiore al 100%, abbassano soglia proteica muscolare verosimilmente del 15-20%, come dimostrano alcuni maratoneti particolarmente efficienti. Infatti, come vedremo è possibile concludere una maratona senza toccare il famoso muro del 35' km o addirittura spostarlo oltre l'arrivo. Minimizzando in questo modo la fatica da deficit di glicogeno.
La distanza di sicurezza dipende, inoltre, dall'intensità che determina un tasso di consumo glucidico ricavato teoricamente dalla misura diretta del Quoziente respiratorio (QR).
Le tabelle seguenti mostrano i valori minimi della distanza di sicurezza, verificati con una corsa al massimo dell'impegno (QR>= 1; %C= 100%) e i valori normali compatibili con una corsa "agile" nella quale si cerchi di minimizzare il dispendio energetico (QR= 0,9; %C= 70%), come calcolato in tabella:

immagine della tabella sul calcolo della distanza di sicurezza

In condizioni di riposo lo stimolo che favorisce il consumo proteico è l'ormone glucocorticoide, il cortisolo, il quale produce stress a partire da stimoli di diversa natura, tra i quali il livello di glicogeno epatico. Se quest'ultimo scende al di sotto del 40%, condizione tipica di un riposo notturno di 8 ore, viene stimolata la ghiandola surrenale a produrre crescenti livelli dell'ormone citato, col fine di stimolare la gluconeogenesi e mantenere costante ed entro i valori ottimali la glicemia. Se così non fosse verrebbe compromessa la piena funzionalità cerebrale in quanto il tessuto nervoso può ossidare soltanto glucosio oppure corpi chetonici; scheletri di carbonio che derivano dall'eccesso del'intermedio comune Acetil-CoA. La formazione dei corpi corpi chetonici è favorita, ad esempio, dall'ingestione di lipidi, dal digiuno o da condizioni patologiche come il diabete scompensato.

In questo caso, se l'organismo non è sufficientemente predisposto ad utilizzare i grassi e lo stato psicologico è tale da non riuscire a gestire lo stress, potrebbe essere utile mantenere i livelli di glicogeno epatico al di sopra della soglia del 40%, ad esempio, ricorrendo al fruttosio contenuto nella frutta che è molto più affine per il fegato rispetto agli altri zuccheri, anche grazie al ridotto stimolo insulinico. Tuttavia, va ricordato che il fruttosio è dotato di un minore potere saziante rispetto al glucosio contenuto, ad esempio, negli amidi o nel saccarosio, in quanto non agisce sui centri ipotalamici della sazietà.

Per completezza di informazione va citato che il testosterone assunto a fini dopanti, sembrerebbe aumentare la distanza di sicurezza, aumentando la resistenza del tessuto muscolare al cortisolo. Tuttavia, come evidenziato dall'articolo sul doping, l'uso di questa sostanza a fini non terapeutici e non sotto stretta sorveginaza medica, oltre a essere sportivamente anti etico, risulta un comportamento non scevro di rischi.

Deficit di lipidi

La carenza di sostanze lipidiche si riscontra nei soggetti con una frequenza molto bassa. Tuttavia, nei soggetti che non riportano patologie come, ad esempio, quelle dismetaboliche o neoplasiche, questa condizione si verifica molto probabilmente a seguito di sforzi pesanti in concomitanza di restrizioni dietetiche. Generalmente la sintomatologia riguarda disfunzioni della segnalazione ormonale, della trasmissione degli impulsi elettrici e della modulazione dei segnali biochimici le quali, ad esempio, caratterizzano l'overtraining il dolore neuropatico oppure l'abbassamento delle difese immunitarie.

La forma di lipidi più abbondante nell'organismo sono i trigliceridi che rappresentano oltre il 95% del totale. Per quanto riguarda le caratteristiche di interesse di questo articolo essi si possono distinguere in base al compartimento di accumulo e alla sua entità che determina principalmente il flusso di scambio in funzione di diversi parametri quali: l'intensità di esercizio e le caratteristiche dell'alimentazione, le concentrazioni ormonali, le caratteristiche muscolari ed enzimatiche.
Distinguiamo quindi tre depositi lipidici:

  • extra-muscolari: viscerali, epatici e nervosi.
  • peri-muscolari: intorno alle cellule muscolari.
  • intra-muscolari: dentro le cellule muscolari.

I depositi lipidici contenuti nel fegato sono i primi ad essere utilizzati a fini energetici. Motivo per cui ogni attività aerobica, di intensità necessaria e sufficiente a ridurne l'accumulo, è ritenuta "salutistica" se in grado di abbassare il rischio cardiovascolare, calcolato in base al rapporto fra colesterolo totale diviso HDL, che deve essere al massimo pari a 4. Questi depositi stimolano inoltre un tipo di sazietà in quanto possono formare un eccesso di Acetil-CoA, intermedio comune di molte sostanze quali i corpi chetonici. Questi ultimi, come già discusso, inibiscono lo stimolo della fame, inducendo sazietà.

I grassi viscerali rappresentano una riserva importante di energia che è facilmente mobilizzata. Tuttavia, il loro accumulo eccessivo, responsabile di reazioni infiammatorie anomale e dannose per l'organismo, è favorito da un introito energetico eccessivo, da condizioni ormonali sfavorevoli, quali iperinsulinemia, ipercortisolemia ma, soprattutto, dall'insulino resistenza e da un consumo di alcol eccessivo.
I lipidi che costituiscono il sistema nervoso, uniti a quelli che circondano gli organi e le zone soggette a urti e attriti, fanno parte dei grassi essenziali. Secondo la fisiologia, questi si riducono solo in condizioni di digiuno estremo. Tuttavia, il deterioramento della mielina, la guaina che avvolge i nervi necessaria per una normale conduzione nervosa, può verificarsi a seguito di sforzi fisici intensi in stati di complessivo affaticamento. Per queste condizioni, possono essere utili trattamenti medici quali iniezioni locali di vitamina B-12 unita al riposo sportivo.

I grassi peri-muscolari avvolgono le fibre muscolari e, come quelli del pannicolo adiposo, sono utilizzati in condizione ormonale caratterizzata da bassi livelli di insulina, da alti livelli di glucagone e il loro consumo è potenziato sia dalla noradrenalina, nel caso di attività mentali, sia dall'adrenalina durante l'esercizio fisico. Questa condizione si verifica principalmente durante l'esercizio fisico, cioè il principale stimolo che induce il consumo di grassi muscolari, nell'intervallo aerobico compreso tra il consumo basale di O2 (5 - 10% VO2max) e l'intensità che vede il Quoziente respiratorio inferiore all'unità, cioè a intensità prossime alla seconda soglia ventilatoria.

Quello che occorre tenere in considerazione è che a seconda dell'intensità dell'esercizio, misurata come %VO2max oppure come %MAV, cambia sia il consumo percentuale di grassi (%g_max), sia il consumo assoluto (FATmax) espresso in g/min.
La quota di ossidazione lipidica (%g_max) è massimo, cioè pari a circa il 50%, durante attività aerobiche leggere che però sono caratterizzate da un basso consumo complessivo, ad esempio, espresso il kcal/min. A intensità superiori, il consumo percentuale di grassi via via si riduce fino a raggiungere valori prossimi allo 0, a favore di un aumentato consumo di carboidrati (e di proteine, se l'attività e protratta nel tempo) necessario per sostenere un consumo energetico complessivamente maggiore. Ne consegue che il consumo assoluto massimo di lipidi si verifica durante sforzi maggiori rispetto a quelli compiuti all'intensità della prima soglia ventilatoria e, come vedremo, sono compatibili con l'utilizzo delle riserve intra-muscolari di trigliceridi (IMTG) il cui utilizzo è potenzialmente molto più rapido, grazie alla loro maggiore vicinanza con i mitocondri, a sua volta indotta dall'esercizio di resistenza aerobico.
In particolare la quota di ossidazione massima dei lipidi intra-muscolari avviene a circa il 65% del VO2max e tende a ridursi a zero durante attività di potenza o di riposo. La riserva intra-muscolare ha una capienza di circa 400g nell'uomo allenato all'attività di resistenza aerobica oppure abituato a diete ad alto contenuto lipidico (almeno il 30% dell'energia totale) grazie alla up-regulation di due enzimi della famiglia delle lipasi: la lipasi ormono sensibile (HSL) e la lipo proteina lipasi (LPL). Quest'ultimo responsabile del deposito dei trigliceridi muscolari a partire dalle VLDL e dai chilomicroni (vescicole post prandiali).

Oltre all'intensità di esercizio pari al 65% del VO2max, un ulteriore stimolo responsabile dell'aumento del consumo delle riserve più limitate dei grassi muscolari, quelle intra-muscolari, è l'esercizio di resistenza muscolare ad elevata intensità. In particolare questi substrati sono utilizzati dalle fibre muscolari durante il recupero tra una serie e l'altra. Ne consegue che attività di potenziamento eccessivamente pesanti e lunghe (4 esercizi per le gambe, eseguiti ciascuno per 5 serie all'esaurimento, per una durata di 30', riducono queste riserve del 30% e quelle del glicogeno del 28%) aumentano la probabilità di non avere sufficienti energie da utilizzare in attività di tipo aerobico e aumentando il rischio di infortunio. Inoltre, questa condizione è ulteriormente favorita dalla restrizione calorica.

Il defaticamento può essere inteso come una forma di integrazione endogena in quanto i livelli di adrenalina indotti dall'attività di tipo aerobico favoriscono il riempimento di questo serbatoio, a scapito però del prezioso glicogeno muscolare. Le pratiche dietetiche di ristabilimento e di supercompensazione prevedono quindi l'adozione graduale di una ripartizione di macro nutrienti che preveda una quota di grassi pari ad almeno il 30% nel complesso di una dieta normo-calorica e nel rispetto del piano di allenamento caratterizzato dal migliore rendimento possibile.

Vedi come la fonte Wikipedia tratta l'argomento sui trigliceridi intra-muscolari.

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