Prevenzione e rischi
Il doping
Definire che cosa sia il doping non è cosa semplice in quanto è sempre possibile non includere tutta la popolazione dei soggetti che ne fanno uso, per i quali sembra adatto il noto motto: “fatta la legge trovato l'inganno".
In generale si può dire che il doping sia una sostanza o una pratica, che altera significativamente il rendimento di una certa prestazione esponendo il soggetto a dei nuovi rischi, che riguardano la salute e la sfera sociale del soggetto e che possono annullare i ricercati benefici.
La prima distinzione da fare è quella di considerare il doping ai fini della performance sportiva, tralasciando il doping per fini lavorativi come, ad esempio, può essere il caso del manager rampante che per conseguire il meritato profitto si espone a regimi impossibili, oppure il doping per fini estetici preponderanti, tipico del culturismo o del mondo dello spettacolo.
Per molti quindi il doping è inteso come una necessità ma, spesso, è visto come una scorciatoia e praticato per ottenere in breve tempo quello che richiederebbe un significativo rispetto dei principi cardine dell’allenamento e di conoscenza del sé.
Viene da chiedersi se il doping sia solo qualcosa di materiale come può essere un trattamento medico oppure farmacologico. Pensiamo, per esempio, allo scalpore che, qualche anno fa durante la maratona di New York, ma anche in altre maratone, fece la notizia sul divieto degli auricolari. Si riteneneva che l’ascolto della propria musica preferita potesse aumentare la soglia della fatica, aumentando sia la probabilità di compiere una prestazione migliore, sia di aumentare i rischi connessi col correre al di sopra delle proprie capacità fisiche.
Se consideriamo che in discoteca una musica intrusiva e dalle caratteristiche ben definite, può aumentare significativamente il tempo di movimento a bassa intensità, viene da chiedersi se ciò avvenga anche correndo. In realtà l’intensità della corsa ai limiti superiori del regime aerobico, come può essere la maratona, e l'intensità del ballo sono diverse. La prima attività avviene ad almeno 9 MET o il 60% del VO2max, in cui la concentrazione sul compiere un gesto il più efficiente possibile è elevata e quindi facilmente distolgibile, la seconda attività, in condizioni non sportive, non supera i 3MET o il 20% del VO2max e a livelli di concentrazione inferiori, permettendo di dare più attenzione agli stimoli esterni, i quali, molto probabilmente, aumentano il senso del ritmo.
Sembra quindi evidente di come i meccanismi che autoregolano lo sforzo durante la corsa siano molto poco “raggirabili" dall’entità di uno stimolo esterno come può essere la musica. Il rischio maggiore, nelle gare come la maratona, di affidarsi a stimoli esterni, sembra quindi quello di distogliere l’attenzione dalle proprie sensazioni causando, per esempio, la percorrenza del tratto iniziale al di sopra delle proprie capacità, in una gara caratterizzata sia da una regolarità dello sforzo quasi “matematico", sia da una lunga e meticolosa fase preparatoria.
L’intento degli organizzatori, alla luce della popolazione dei runner prevalentemente americani che partecipano a eventi altamente mediatici come, appunto, la maratona di New York, era molto probabilmente quello di agevolarli nell’ascolto di se stessi, almeno in concomitanza di in un evento caratterizzato da un'enorme portata mediatica.
E' luogo comune sostenere che il doping alteri la prestazione e faccia sempre guadagnarci.
In realtà l'alterazione significativa della prestazione è da verificare. Secondo alcuni esperti, le pratiche dopanti non migliorerebbero la prestazione più di quanto faccia un ottimo allenamento psicofisico unito a un buon stile di vita sostenibile e scevro da rischi, i quali devono essere mantenuti costanti fin dalla tenera età, sulla base di una genetica favorevole. E questo sembra essere tanto più vero quanto la popolazione atletica di riferimento e l’entità delle abilità che la distinguono siano ampie, come specialmente avviene nel mondo della corsa. Cioè, più competizione c’è e maggiore dovrà essere la dedizione e la caratura atletica. Con una battuta, non sembra possibile trasformare un ronzino in un purosangue.
Tuttavia in alcuni Sport tecnicamente meno complessi, come ad esempio il ciclismo, in cui percorrere 100km può non essere indice di spiccate doti fisiche, dal momento che è anche possibile avanzare in “scia", l’implementazione di un parametro della prestazione come, ad esempio, la concentrazione di emoglobina, che è il principale trasportatore dell’ossigeno ai tessuti che ne fanno domanda, incide di più sulla prestazione ciclistica di quanto non incida sulla corsa. I motivi riguardano sia il coinvolgimento di altre grandezze che contano in misura maggiore come, ad esempio, la stifness, l'elasticità o il costo energetico della locomozione, che sembrerebbero meno suscettibili al doping rispetto alla forza, sia la riduzione dell'efficienza di altri sistemi come, ad esempio, quello digerente, impedendo nella corsa il rapido reintegro delle energie perse. Tuttavia, in un qualsiasi Sport che richieda prestazioni di forza, di resistenza o di potenza, superato un certo livello di competitività, la probabilità di incorrere in delle analisi ematiche positive, ammesso che sia possibile effettuarne, è indubbiamente elevata. E la corsa di resistenza è contenuta in questo insieme.
Volendo focalizzarci su quest'ultimo, se consideriamo che il contenuto arterioso di ossigeno dipende principalmente dalla concentrazione di emoglobina che ammonta nell’uomo a 14-18 g/dl, in media 16, e nella donna a 12-16g/dl di plasma, in media 14, è evidente di come un aumento ai limiti superiori di uno dei due intervalli porti comunque a dei benefici, tanto maggiori quanto la condizione di partenza è scarsa. Ad esempio, a parità di condizioni, un aumento di 2 g/dl di emoglobina, da 16 g/dl a 18 g/dl di plasma per l’uomo, probabilmente conseguenza di qualche "normale ciclo" di anabolizzanti, apporterà dei “benefici" che in maratona si traducono in almeno 25’ se la prestazione iniziale è di 3H:24’ e di 16’ se la prestazione iniziale è di 2H:24’, “trasformando" nel primo caso un “tapascione" in un “amatore evoluto" e nel secondo un “nessuno" in un Top Runner.
Per qualcuno il ragionamento fin qui fatto potrebbe interessare fintanto di valutare il “guadagno" in termini economici. La domanda è: il nostro “amatore evoluto" o il nostro Top runner, quanto potrebbe guadagnarci a superare i suoi limiti in modo innaturale?
Se consideriamo che correre la maratona sotto alle 3 ore è ritenuta una prestazione statisticamente notevole per un amatore e che prestazioni sotto alle 2 ore 10’ permettano di ottenere risultati significativi in campo internazionale, mentre orami, non garantiscano certezza di successo in campo mondiale, verrebbe da concludere che fare uso di “aiuti" esterni sia conveniente. In realtà, per come vedremo più avanti sembra che per la maggior parte dei soggetti, il gioco non valga la candela.
Tuttavia per quanto riguarda alcune realtà professionistiche come, ad esempio, il ciclismo, ci sarebbe da aggiungere il fatto che la probabilità di risultare positivi ad un test antidoping sarebbe inferiore rispetto alla probabilità di essere “cacciati" dal team a causa dello scarso rendimento sportivo o comunque di non reggere i pesanti carichi di lavoro, come alcuni studi scientifici hanno dimostrato.
Esiste anche il caso in cui il doping non alteri la prestazione ma, a rigor di logica, i casi sarebbero principalmente due. O la sostanza è stata usata per mascherare altre sostanze direttamente responsabili dell’aumento di prestazione, oppure il guadagno potrebbe essere indiretto come, ad esempio, nel caso di abuso di farmaci beta-2-adrenergici (classe di farmaci impiegati nel trattamento dell'asma e di altre malattie polmonari caratterizzate da broncospasmo, favorito da alte frequenze respiratorie a basse temperature) utilizzati per accelerare il metabolismo basale e quindi il consumo lipidico; pratica non scevra da rischi.
Nel caso in cui, invece, l’atleta non verifichi alcun effetto conseguente l'assunzione potrebbe essere un'eventualità come pure è possibile che gli effetti negativi, collaterali o da abuso siano maggiori di quelli positivi. Gli effetti collaterali sono conseguenza di qualsiai sostanza in grado di modificare significativamente alcuni parametri fisiologici in quanto i meccanismi di attivazione e di metabolizzazione del farmaco portano sia a squilibri enzimatici, ormonali o elettrochimici più o meno patologici, sia a sottoprodotti tossici per l'organismo. Ad esempio, gli anabolizzanti che agiscono sul testosterone causano un aumento indiretto anche dell'estradiolo, un ormone tipicamente femminile responsabile anche della crescita del seno, il cui tentativo di riduzione mediante inibizione dell'enzima responsabile della conversione tra i due, l'aromatasi, non è mai del tutto efficace. Gli effetti da abuso si verificano in ogni forma di uso cronico di farmaci che, in qualche modo, riducono il normale metabolismo, oppure, precocemente, in caso di abuso totalmente al di fuori di ogni criterio medico, cioè in quegli scenari tipici degli ambienti dilettantistici.
Generalmente gli effetti avversi si evidenziano sul lungo periodo e causano tutta una serie di patologie correlate con l’invecchiamento precocie, quali: tumori, metastasi, malattie cardiovascolari, ictus, insufficienza cardiaca, valvulopatie, tromboembolismo, ma anche danni renali, epatici e pancreatici, disfunzioni endocrine centrali e periferiche, fino alle malattie del SNC come le demenze vascolari, la sindrome del motoneurone primario e secondario, ecc.
Il rischio di contrarre una forma più o meno grave di suddette patologie, sicuramente con una frequenza maggiore rispetto alla popolazione sana, vedi i casi anomali di SLA nei calciatori degli anni passati, dipende dalla suscettibilità individuale, dal periodo di esposizione, dalla quantità e dalla qualità dei metodi o dei farmaci utilizzati. I casi forse più drammatici per quanto riguarda l’esposizione al rischio riguardano quei giovani atleti che, spesso a loro insaputa, subiscono fin dall’inizio dello sviluppo psico-fisico dosi ingiustificate di farmaci anabolizzanti o euforizzanti, che aumentando enormemente il rischio di effetti avversi in età adulta.
Alcuni potrebbero continuare a dimostrare una certa disapprovazione compiacente nei confronti degli effetti avversi delle sostanze illecite, cioè di tutte quelle appartenenti alla lista delle sostanze proibite della WADA, comprese di quelle più recenti e non ancora inserite, all'inizio spesso mascherate da innocui integratori, i quali effetti, dopanti o avversi, non sono ancora del tutto noti.
Per questi soggetti probabilmente non basterebbero le storie più tragiche del mondo sportivo oppure i costanti casi di squalifica del ragazzo o della ragazza spesso giovanissimi, ritenuti, erroneamente da tutti, come delle vere e proprie “promesse" dello Sport nazionale di vertice.
Per questi soggetti, più o meno impegnati nella pratica diretta dello Sport, occorre fare l’ultimo tentativo, provando a chiedere loro di immaginarsi i danni conseguenti la dipendenza psicofisica indotta dall’uso di sostanze dopanti, della temibile sindrome dell’astinenza e dell’elevato rischio di sostituzione o di complementarietà con droghe classificate come da “sballo", calcolato essere pari al 40% se considerati i soggetti in cura che fanno o che in passato hanno fatto uso di sostanze dopanti.
Il doping sportivo è quindi qualsiasi mezzo illecito che serve ad alterare lo stato psichico e fisico del soggetto col fine di trarre dei vantaggi dall’attività svolta, quali un aumento della performance, una riduzione della fatica o un mascheramento delle sostanze, con una probabile ricaduta sulla salute individuale.
Per quanto riguarda i tesserati a qualsiasi società sportiva istituzionalmente riconosciuta , questa pratica è punita dal Tribunale Arbitrale Internazionale dello Sport, che è un organismo giudiziario con sede a Losanna, con una pena che va dai due ai quattro anni, permettendo all'ex-atleta di ridurre l'elevata esposizione al rischio e di sanzionare il suo comportamento antietico.