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La pratica dello stretching

Esistono molti tipi di esercizi in grado di modificare il grado di mobilità articolare (flessibilità), teoricamente favorendo un cambio di efficienza ed efficacia del gesto motorio, sia nel breve termine, sia nel lungo termine.
A seconda del tipo di esercizio, della forza impiegata e della sua durata, è possibile agire su diverse strutture dell’apparato locomotore e nervoso, per facilitare o per inibire il movimento o la risposta ad esso collegata.

In letteratura scientifica non esistono pareri significativamente concordi all’utilizzo di una pratica piuttosto che un’altra e di come questa possa influire sulla performance perché risulta difficile standardizzare il carico di esercizi (tipo, esecuzione, durata, intensità, recupero, gradualità, ecc.) e studiarne gli effetti nel tempo. Ciò nonostante, è possibile inquadrare alcuni macro-effetti riguardanti il miglioramento della mobilità articolare in quanto materia della neuro-fisiologia.

Generalmente si può dire che le modifiche del movimento e delle risposte, conseguenti a questi esercizi, avvengono grazie a cambiamenti più o meno permanenti della struttura muscolo-tendinea, articolare e della funzionalità nervosa.

Risulta importante sottolineare come da studi recenti questi cambiamenti siano frutto della risposta del fisico al giusto carico coerentemente alla preparazione del soggetto piuttosto che alla conseguenza diretta delle modifiche delle strutture, come ad esempio può avvenire a seguito di una pratica scorretta su di un organismo già affaticato o lesionato. Inoltre, è stato osservato che i meccanismi di adattamento neurali e meccanici conseguenti la pratica dello stretching, tuttavia, mostrano diversi decorsi di adattamento temporali (Gordin J. et al. 210-4; 2006).


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