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Aspetti psicosociali

La nascita della pedagogia speciale

immagine di una scena del film Un ragazzo selvaggio

Il bambino ineducato è un piccolo Mowgli, estremamente ricettivo agli stimoli ma ancora sprovvisto dei linguaggi necessari per comunicare alla sua futura società di riferimento.

Il piccolo Victor è un bambino di circa 12 anni trovato, nei primi giorni del 1800, in una foresta del Massiccio centrale in Francia e allontanato da un branco di lupi perché ritenuti potenzialmente pericolosi. Successivamente si scoprì che quei lupi erano i suoi protettori e il bambino era per loro uno del branco.

Portato nella società il bambino viene isolato all’ospedale di Rodez tra i coetanei sordomuti ma senza rispondere positivamente all’ottimistico trattamento e dimostrando tutta la sua aggressività a causa della deprivazione dal suo ambiente naturale. Dopo alcuni tentativi di fuga, decisero di trasferire il bambino a Parigi e affidato alle cure del medico e pedagogista Jean Itard che, preoccupato dalle conseguenze dell’internamento, prese a cuore la sua condizione e, aiutato dalla signora Guérin, decise di occuparsi dell’educazione del bambino, con la speranza di inserirlo nel mondo reale.

I comportamenti del bambino sono evidentemente molto distanti da quelli di un qualsiasi bambino, egli infatti si comporta da bestia, non risponde ad alcun comando assegnatogli, non dimostra alcuna reazione emotiva tipica di un bambino della sua età ed è sprovvisto del linguaggio.

Questo vuol dire che se il formatore gli pronuncia, ad esempio, la parola latte facendogli vedere una tazza con del latte, il bambino in una prima fase emette un suono tronco della parola, “la", ma solamente dopo averlo bevuto. Il formatore si dimostra comunque gratificato da questo risultato perché rappresenta per lui un primo tentativo di connessione che precedentemente era del tutto assente.

La qualità del tempo trascorso assieme aumenta e il bambino tutto sommato sopporta lo sforzo mentale conseguente l’apprendimento. Successivamente il formatore propone nuovamente l’esercizio ma il bambino compie lo stesso schema di risposta; il suono emesso dal bambino non è un tentativo di contatto con il suo educatore, cioè un segno di intelligenza affettiva, quanto piuttosto un segno di soddisfacimento del mero bisogno primario, in pratica un semplice segno di piacere conseguente il bisogno di cibo.

Il formatore, in preda allo sconforto, percepisce nel bambino un limite apparentemente molto difficile da superare, nonostante il suo comportamento risulti essere molto più pacato.
Tuttavia, la forte fiducia nelle proprie capacità e la fede nell’educazione spinge il formatore a proseguire il suo programma educativo, sottoponendo il bambino a ulteriori e frequenti esercizi basati sul metodo di ricompensa e punizione. Questo metodo vuole che la risposta affermativa sia facilitata da un semplice premio, in questo caso un bicchiere d’acqua, mentre nel caso contrario il comportamento scorretto deve essere disincentivato efficaciemente. Il medico sottopone quindi il bambino a un breve isolamento, che lui ormai percepisce come estremamente doloroso.

La sperimentazione prosegue ma, nonostante questi espedienti, il bambino sembra rispondere in modo positivo, cioè abbinando il nome corretto dell’alimento al suo effettivo consumo, solo per tornaconto personale, cioè solo per soddisfare i propri bisogni in quel momento prioritari, e non come gratificazione per l’apprendimento e il rispetto dei più profondi valori morali.

Il formatore decide allora di ricorrere ad un metodo stravolgente che fosse in grado di sovvertire gli schemi fino ad ora creati dal bambino. Decise quindi di punire il bambino nonostante egli rispondesse in modo positivo. Quest’ultima strategia educativa confuse a tal punto il bambino da indurlo a dare un morso sulla mano del formatore, dimostrandosi una reazione di assoluta disapprovazione nei confronti del medico.

A questo punto, l’aspettativa dell’educatore venne finalmente esaudita ed egli attribuì a quel morso il più bel risultato in termini educativi di sempre. Il bambino aveva finalmente imparato a ribellarsi a chi gli impediva lui di imparare. Da quel giorno si può anche dire che nacque la pedagogia speciale.

Nell'immagine in alto una scena del film "Un ragazzo selvaggio".



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